DA ANIMA AD ANIMA-LE: L’ascolto sensibile e il linguaggio sensoriale nel messaggio senza parole tra uomo/animale.

Il rapporto con la natura ha avuto, nel corso dell’evoluzione, sostanziali cambiamenti. Inizialmente il mondo naturale era percepito come misterico e tutto era basato su una sorta di veggenza spontanea dell’uomo e sulla conoscenza degli iniziati (aspetto che troviamo ancora nelle popolazioni indigene non inquinate dalla ”civiltà”). Poi c’è stato un primo tentativo di comprensione fondato sull’intuizione del cuore, di cui San Francesco è un degli esempi più rappresentativi in occidente, ma che troviamo in tutte le culture. Attualmente dopo l’attuazione delle forze distruttive  di un nichilismo che toglie valore ad ogni valore supremo, l’Umanità sta cercando di instaurare un relazione con la natura costruita su una conoscenza e un’etica conquistata individualmente attraverso l’esperienza e la libertà di ognuno; un cammino di consapevolezza che farà sorgere un rinnovato amore e venerazione di fronte alla sacralità di tutti gli esseri della terra. E’ un percorso ancora appena all’inizio, ma ciò davanti a cui il pensiero si arrende, l’anima lo riconosce… L’intimo legame tra Uomo e Natura (se di semplice legame si può parlare, nel caso di Creato e creatura…) è un lento procedere verso noi stessi e nella relazione con gli animali trova il suo significato più manifesto.

La forma di vita umana è solamente una della vasta comunità terrestre, ma la nostra presunzione, di Tolemaica memoria, ci porta a decretare la nostra percezione della vita stessa, come l’unica legittimabile sul pianeta, misurando con questo limitato metro di giudizio, ciò che è giusto o sbagliato, intelligente o stupido, malato o sano nelle altre manifestazioni della vita. Così la distinzione fra “l’uomo e la bestia” è servita a sancire la posizione superiore dell’uomo, posizione che ultimamente si fa sempre più vacillante rispetto al pianeta stesso e ha alienato l’Uomo non solo dalla Natura, ma anche da se stesso e dalla vita intrinseca. L’interazione con il mondo animale nello specifico, che ne è derivata, si è basata quindi, fino ad ora, su preconcetti, presunzioni e pregiudizi, originati da un’incapacità di lettura sensibile della realtà, che in fin dei conti manteneva uno stato di potere fittizio dell’uomo sull’animale.

Per rendere più chiaro il concetto, basta pensare a quante volte attuiamo questo procedimento mentale anche con etnie diverse dalla nostra, di cui non ci fermiamo a capirne la storia, il territorio, la cultura, la religione, il linguaggio; non siamo in grado di comprendere un altro essere umano, figuriamoci un animale; in realtà  ogni volta che pensiamo di comprendere noi stiamo valutando, ovvero giudicando. Ciò che manca per arrivare alla comprensione è la vera capacità di vedere, ascoltare e sentire; la nostra visione a “canna di fucile” che si fissa esclusivamente sull’obiettivo, peraltro parziale, ci porta ad ignorare tutti quegli elementi che sono indispensabili alla decodificazione di un “messaggio senza parole”.

Spesso il nostro pensiero autoreferenziale ci conduce in un gorgo narcisistico nel quale l’animale viene risucchiato, visto il bisogno dell’uomo di specchiarsi in tutta la realtà che lo circonda. Così la creatura perde ogni sua dignità e legittimità ad esistere diventando una proiezione nella quale identificarsi  – se  attraverso un processo di antropomorfizzazione diviene una sorta di alter ego- o da cui distanziarsi, se lo si allontana da sé  riducendolo utilitaristicamente a cosa.

In realtà tutte le forme di vita risentono delle forme pensiero, dei modelli di vita e comportamentali degli esseri umani in generale, e di quelli con cui sono in relazione in modo particolare, ma per quanto riguarda gli animali domestici,  abbiamo a che fare con un raffinatissimo e complesso intreccio relazionale che mette in comunicazione i due vissuti animici.

Le creature di cui  ci prendiamo in prima persona la responsabilità, entrano nella nostra vita con un preciso scopo evolutivo; il loro mondo emotivo, in risonanza con il nostro, come una sorta di diapason ci invita ad accordarci con l’antica musica dell’universo. L’uomo, Essere ormai così stonato e in disaccordo con il creato, viene quindi esortato a rimettersi in armonia attraverso un linguaggio che può riconoscere  e dal quale difficilmente può sottrarsi, quello delle emozioni e dei sentimenti che ne derivano.

Se l’uomo è la sintesi (e non il risultato) finale del processo evolutivo, è logico pensare che dentro di lui si muova una traccia, un ”imprinting spirituale” che ha lasciato una sorta di linguaggio comune a tutte le creature. È un linguaggio sicuramente occulto e ancestrale, fatto di empatia e intuizione, di contemplazione e commozione, dove le parole diventano superflue e affiora un mondo intuitivo fatto di percezioni, sensazioni e reazioni che travalicano il semplice raziocinio e ci coinvolge nell’esperienza arcaica del riconoscimento dell’Unità. Come un Virgilio per l’uomo, l’animale ci accompagna in questo percorso attraverso lo sviluppo di un’empatia che si esprime attraverso la sensorialità del rapporto quotidiano. E’ l’empatia che crea un legame tra me e l’altro da me, empatia che si esprime attraverso una linguaggio sensoriale ed un ascolto sensibile di questo. Ogni mio gesto, ogni mio atteggiamento crea una conseguenza. E’ questa empatia che fa passare dall’Io al Tu, dal narcisismo infantile alla maturità adulta. Lo scatenarsi di un “sentire” così sensibile è possibile grazie alla  priorità stessa –  il corpo emotivo – che l’animale incarna, e la relazione cessa di essere, quindi, esclusivamente tra osservatore e fenomeno, tra soggetto e oggetto, per divenire una relazione da anima ad anima…  Grazie al loro mondo emotivo altamente coinvolgente gli animali ci catturano in relazioni profonde, complesse, ricche di sfumature, stimolanti in riflessioni, forse in alcuni casi anche più profonde di quelle con altri esseri umani. Attraverso una comunicazione che deve necessariamente andare al di là dei concetti e delle parole, noi anime perse nel pensiero autoreferenziale intorno al nostro ombelico, abbiamo la possibilità di aprirci al mistero dell’altro; nell’emozione pura che ne deriva, riaffiorano le effettive e primordiali necessità dell’anima, le priorità stesse che determinano la vita nel suo aspetto più profondo.

La qualità dell’ascolto sensibile nella relazione d’aiuto con gli animali

L’animale interviene a pieno titolo nella complessa galassia del mondo umano e per quanto riguarda gli animali domestici, che vivono a stretto contatto con l’uomo,  abbiamo a che fare con un raffinatissimo e complesso intreccio relazionale che mette in comunicazione i due vissuti emotivi. Grazie alla profondità e spontaneità del rapporto che si crea la persona è sollecitata, più o meno consapevolmente, a prendersi la responsabilità del suo agire all’interno della relazione attraverso un linguaggio che può riconoscere  e dal quale difficilmente può sottrarsi, quello dei sentimenti e delle emozioni. In questo particolare labirinto l’animale che ci accompagna verso un viaggio molto particolare che è l’anima (lo stesso nome in Italiano, che ci arriva dal latino, “anima-le”, porta la radice etimologica di anima).

Quando arrivo in una determinata situazione per risolvere un problema è come se un altro abitante corresse in soccorso dell’abitante animale in difficoltà; con la mia osservazione posso, infatti, capire quale messaggio sta mandando l’animale o dove l’interazione si è inceppata. Intervenire, per me,  vuol dire cercare di sciogliere subito il disagio dell’animale, ma anche indagare sull’origine della difficoltà nella relazione; questo vuol dire avere un ascolto fluttuante su almeno tre livelli: l’animale, la relazione, la persona.

Personalmente identifico questo tipo di ascolto come una clessidra rovesciata, dove io sono al centro, perché sia ricettiva al massimo verso l’esterno ma, contemporaneamente sia  in  contatto con la mia cassa di risonanza interna per accogliere quello che avviene, senza per questo perdermi nei miei vissuti, interpretazioni o giudizi. L’ascolto è al massimo quando sono in equilibrio nel punto più stretto della clessidra, aperta con tutti sensi,  e allo stesso tempo attenta a come risuona in me ciò che percepisco per riconoscere emozioni e sentimenti, senza per questo proiettare il mio mondo.

Questa attenzione verso l’altro, ovvero la “tensione” all’ascolto è però possibile soltanto se imposto la relazione tra soggetto e soggetto e non tra soggetto (uomo) e oggetto (animale/ altro/ natura) come invece è abituato a fare l’essere umano. Spesso non abbiamo una reale comunicazione con l’animale perché non ci poniamo pariteticamente, non ci interessa realmente capire il loro codice, ma solo confermare le nostre presunzioni di conoscenza.

Per eseguire correttamente una valutazione del disagio è indispensabile un’osservazione diretta e accurata nell’habitat dell’animale domestico. E’ importantissimo non basarsi su notizie riportate, oppure su osservazioni svolte in ambienti non familiari al soggetto come studi o ambulatori; tutte le percezioni risulterebbero falsate. Personalmente quando mi accingo a una consulenza per un animale domestico, chiedo che siano presenti in casa anche tutti i componenti della famiglia, umani o animali che siano, in modo da avere un quadro più completo possibile della situazione reale e delle relazioni che intercorrono fra i componenti del gruppo familiare. Sensorialmente, dall’ambiente con i suoi rituali, mi arrivano tutte le informazioni, vedo come le persone si muovono intorno all’animale, e io posso così registrare una moltitudine di dati preziosi alla decodificazione del mistero.  L’analisi del disagio dell’animale viene poi, fatta attraverso il gioco per esempio: è un lavoro molto sottile, perché necessita un adattamento estremo del contatto. Per alcuni animali anche solamente il contatto visivo, essere guardati, è troppo. Per guadagnare la loro fiducia è necessario rispettare i loro tempi di reazione, che ci indicano la metabolizzazione e la comprensione degli stimoli proposti. Può capitare che debba aspettare anche 40 minuti prima di entrare in una casa, se l’animale è particolarmente diffidente o pauroso, ma questo rispetto dei suoi tempi crea un legame fortissimo, in quanto esso comprende che io capisco il suo codice e  la comunicazione è quindi possibile. Quando l’animale dà i segnali, seppur minimi, che io posso entrare nel suo mondo, non solo fisico ma anche interiore, si crea quella confidenza in cui tutto è leggibile e l’animale si affida. Può apparire magico, ma in realtà non ho fatto niente,  anzi, è stato proprio il mio non fare a scatenare il miracolo. E’ il non fare che fa, o meglio il non umano fare, perché l’animale capisce che io comprendo il suo codice, solo allora apre le sue porte. Posso iniziare a giocare con lui, anche molto fisicamente se me lo permette. Quando non ci sono problemi gravi di aggressività e se mi sono mossa con sufficiente ascolto nei primi approcci, è lo stesso animale che poco dopo mi propone giochi o attività, che mi invita ad entrare nel suo mondo. Tutto questo avviene mentre tengo sotto osservazione il referente umano e le sue reazioni; tutto mi fornisce materiale prezioso per capire a che cosa l’animale sta reagendo.

In realtà ogni vera relazione con l’animale ci porta in un labirinto sensoriale, di cui non conosciamo l’uscita / obiettivo, in cui l’animale / abitante è guida inconsapevole, di noi poveri viaggiatori alla ricerca di risposte, verità, o coincidenza con noi stessi. Possiamo anche scegliere di non entrare, possiamo entrare e fuggire, possiamo perderci dentro, possiamo semplicemente farci trasportare, e possiamo entrare, ascoltare, giocare e vivere l’esperienza fino in fondo, con tutti i sensi che si aprono alle emozioni che a loro volta germinano in sentimenti.

Come un traghettatore, la relazione con gli animali, passando da una comunicazione quasi esclusivamente delegata ai sensi, ci conduce al mondo sovrasensibile e alla divinità del destino Umano.

Marina Menichelli

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