Anima è il nome che la tradizione filosofica antica dava al principio unico della vita, psichè, soffio, che tutti i viventi condividono, con potenzialità e modalità diverse.  L’immaginazione poetica raffigurava il legame di tutti gli esseri, nella loro diversità costitutiva, come una scala o una catena: la grande catena dell’essere, che Omero aveva cantato come nesso fra terra e cielo.  Gli animali, in quest’aurea catena, sono i “portatori di anima” per antonomasia, perché sono i primi a possedere, oltre alla vita fisiologica, una vita emozionale che ne fa l’anello più prossimo all’umano fra tutte le creature dell’universo.

In realtà anche noi apparteniamo al regno animale, di cui condividiamo le funzioni vitali e il movimento, nonché i moti basilari della vita psichica: sentire, immaginare, desiderare.  Gli animali non sono macchine, anche se Cartesio, agli inizi della modernità, lo ha sostenuto – come non lo siamo noi, come non lo è il nostro corpo vivente.  Lo sviluppo del linguaggio simbolico e del pensiero astratto hanno permesso, negli esseri umani,  l’emergere di una coscienza auto-riflessiva, che costituisce la più indiscussa differenza fra noi e i nostri compagni d’anima; ed è in virtù di questo sviluppo che siamo arrivati a considerarci più “completi” e separati dal mondo naturale.  Ma questa nostra capacità non è che una tappa dell’evoluzione spirituale umana, trasformatasi purtroppo in un’illusione generalizzata che nutre l’individualismo, il narcisismo e lo specismo contemporanei, perché il vero compimento della coscienza auto-riflessiva è (dovrebbe essere; sarà?) la comprensione del nostro “essere in relazione”, e il riconoscimento che è nostro compito ricercare quell’armonia con il tutto nella quale, a detta del filosofo Hans Gadamer, consiste la vera salute.  Il compimento della coscienza umana non può darsi, se non diventa patrimonio esplicito di ciascuno e ciascuna di noi la consapevolezza di essere parte della ‘catena’ dell’essere, o meglio della grande tela degli esseri, unità che contiene e comprende le differenze, senza cancellarle.

Gli animali sono differenti dagli esseri umani, ma la loro differenza non ci autorizza a considerarli oggetti per la nostra utilità, il nostro piacere, o peggio per il nostro sadismo.  E tuttavia sono differenti, non sono strani bambini, neanche gli animali domestici: le loro esigenze sono loro proprie e sono diverse da una specie all’altra e, anche all’interno di una stessa specie, da un individuo all’altro, come è manifesto in particolare nei mammiferi più evoluti, fra cui gli animali coi quali viviamo in maggiore prossimità (cani, gatti, cavalli …).  Il padre dell’etologia, Konrad Lorenz, ha sostenuto in una intervista: «sono pienamente convinto, dico pienamente, che gli animali hanno una coscienza.  L’uomo non è il solo ad avere una vita interiore soggettiva».  Sono quarant’anni che, nella mia casa, vivono animali, soprattutto cani, e quest’affermazione di Lorenz l’ho verificata constatando, per esempio, la sensibilità diversa, e diversamente affascinante, anche fra cani di una stessa razza e allevati nello stesso ambiente.  La capacità che tutti hanno di interagire armoniosamente, ciascuno a suo modo, con le circostanze di vita di una famiglia che, in quarant’anni, cambiano anche molto, e spesso di essere, a modo loro, d’aiuto; la capacità relazionale innata con cui, se non la ignoriamo, non la coartiamo, non la deformiamo, riescono anche a sopperire a quella che talvolta, da parte dei “loro” umani, è vera e propria ignoranza, magari dovuta a inesperienza o a poca attenzione.  Perché, come non si è mai – per quanti sforzi si facciano – genitori perfetti, non si è mai nemmeno perfetti come compagni responsabili dei nostri animali.

Notiamo, fra l’altro, che se non si vuole utilizzare il tradizionale termine “padrone”, sgradito alla sensibilità di molti perché rinvia a idee di possesso e di dominio, non esiste un termine specifico per definirci in rapporto ai nostri animali, se non quello un po’ burocratico di “referente”.  Per questo oggi molti usano, coi loro animali domestici, i termini genitoriali, che però rischiano di far vivere nella nostra stessa psiche il rapporto con l’animale come se fosse il rapporto con un figlio, finendo per non vederne le differenze, che ci sono ed è giusto che non siano ignorate.  Se riconosciamo gli animali nella loro modalità di essere, essi arricchiscono immensamente la nostra vita mentre noi custodiamo la loro, in un aiuto e un affinamento reciproco: niente, nella mia esperienza, è più bello della comunicazione senza parole con un cane un po’ anziano, che vive con te da tanti anni, e che, da vivace cuccioletto com’era, simile a tutti gli altri, ha sviluppato nel corso del tempo e della relazione con la famiglia umana i suoi modi “personali” di manifestare affetto, bisogni, dolore e allegria …

Gli animali, ai quali ci rapportiamo attraverso il sentire, le emozioni, gli affetti, ma anche l’accudimento, la fisicità delle carezze, l’educazione, il gioco, la collaborazione nelle attività di lavoro e sportive, sono il prezioso intermediario con l’intero mondo naturale al quale apparteniamo; la proiezione che spesso facciamo su di loro, e non solo sugli animali da compagnia che teniamo nelle nostre case, è un grande potenziale di riconoscimento della nostra anima animale “dimenticata”.  Un potenziale che, proprio per la sua rilevanza e importanza, nasconde un altrettanto grande rischio, quello dell’antropomorfizzazione; questa, in maniera opposta ma altrettanto grave del rapporto di dominio, porta infatti alla negazione delle capacità istintuali dell’animale come il dominio porta alla loro repressione, snaturando il nostro legame con esso e procurandogli sofferenze incomprensibili e immeritate.  Se alla superiorità orgogliosa del “re del creato”, o del più casalingo “padrone”, si sostituisce l’oblio delle differenze, la relazione umana-animale diviene altrettanto impossibile, anche se per ragioni diverse e persino opposte.

E qui entrano in gioco i fiori; perché nel momento in cui la convivenza con l’animale, in qualsiasi aspetto e per qualsiasi ragione, si fa difficile e rischia crisi dagli effetti imprevedibili (in genere peggiori proprio per l’animale: spesso l’abbandono), la capacità dei fiori di riportare equilibrio sul piano delle emozioni e del sentire aiuta a rimettere la relazione su basi corrette e, se ci impegnamo in prima persona, a utilizzare la nostra capacità di pensiero per l’altro da noi, senza separarlo da noi.  Per questo “visualizzare” i fiori per i nostri animali di casa, ma anche per quelli con cui abbiamo qualsiasi tipo di legame e di cui ci occupiamo a qualsiasi titolo, significa assumerci in certo senso la funzione di coscienza riflessiva per loro e diventa un vero e proprio esercizio di “fare anima”, riconoscendo profondamente che, in quella interazione, siamo parte di una totalità che ci trascende e nella quale si realizza il senso del nostro essere al mondo.  Mettere in rapporto con un fiore il malessere dell’animale o della relazione con esso ci permette di stargli accanto coscientemente, non proiettivamente – o anche di utilizzare il potenziale positivo della proiezione, per aprirci l’accesso all’altro (com-prendere) e, insieme, per riconoscere aspetti del nostro essere difficili da ‘guardare’ e riconoscere.  Per lo più non è facile, ma ne vale sempre la pena.

Tutte queste e altre importanti riflessioni, il cui sfondo intuitivo e filosofico è oggetto del precedente libro di Marina Menichelli, Natura, Trama di Gaia (2015), si intrecciano in questo suo nuovo lavoro con la presentazione concreta dei fiori, mostrando come essi costituiscano rimedi preziosi per una varietà di situazioni problematiche in cui gli animali possono venire a trovarsi, e noi con loro.  Pensiero e pratica si intrecciano in una sapienza che offre in maniera estremamente chiara e profonda il frutto di due decenni di lavoro, rielaborando attraverso il filtro della sua sensibilità e della sua esperienza etologica e terapeutica il lavoro fatto insieme alle altre ricercatrici e ricercatori di Centaurea.  Un lavoro che Marina ha esteso al mondo animale con una competenza unica, trasmettendone generosamente i risultati nel libro e nella sua ormai pluriennale attività docente.

Dal suo insegnamento ho molto imparato, e in primo luogo a utilizzare con maggior consapevolezza i fiori per i miei animali.  Lo avevo fatto istintivamente da quando avevo conosciuto i fiori di Bach, ormai più di vent’anni fa, e sempre con efficacia visibile: per aiutare la mia giovane samoieda a superare gli eczemi, di cui dopo un lungo periodo di assunzione di Crab Apple non ha più sofferto per tutta la sua lunga vita; e sempre lei, la sorridente Wendy, a riprendersi, grazie a Star of Bethlehem, dall’operazione che dopo una pericolosa infezione all’utero l’aveva resa sterile; per ammorbidire con Holly la crisi adolescenziale del boxer Paco, che sfidava ogni sera attorno al tavolo di cucina il suo anziano “padre adottivo” Totò, un labrador fondamentalmente pacifico, ma per niente disposto a cedere il suo angolino prediletto vicino al forno …(Holly lo presero entrambi; dopo la morte di Totò, l’angolino rimase deserto e Paco non occupò mai il suo posto); per aiutare il percorso educativo del labrador Ramon, dai modi principeschi e un po’ introversi di un Water Violet; e quello di Bacco, il mio per ora ultimo animale, un labrador anche lui, effervescente Vervain.  E Walnut per sostenere nel grande cambiamento l’anziano Frodo, pieno di dignità, che ha passato con noi (con Bacco e Ramon) i suoi ultimi mesi di vita.  Il sostegno dei fiori di Bach mi si è mostrato utilissimo nell’accompagnare molti cuccioli e cuccioloni (e i loro compagni umani) nel percorso educativo, nel contesto di una scuola di addestramento per i cani; e ho avuto una volta la gioia di vedere una bambina un po’ problematica, che veniva con la mamma al campo di addestramento, chiedere di poter prendere i fiori anche lei, come il suo canino che aveva superato le tante sue paure.

Con queste mie poche parole voglio dunque testimoniare a Marina prima di tutto la mia gratitudine personale, e anticiparle quella di tutte e tutti coloro che leggeranno il suo libro, che comunica un sapere operativo in maniera efficace e diretta senza spogliarlo della sua profondità, e che insegna a curare e a prendersi cura con lo sguardo lucido e il cuore in ascolto.

Michela Pereira, Pistoia 18 ottobre 2017